Disturbi del comportamento alimentare: gli effetti psicologici della pandemia

Il 15 marzo si celebra la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla: questo evento, giunto alla decima edizione, è dedicato ai disturbi del comportamento alimentare (o DCA), tra cui anoressia nervosa, bulimia nervosa e il disturbo dell’alimentazione incontrollata. Con la Dott.ssa Alessandra Ricco Psicologa a San Pier Damiano Hospital di Faenza abbiamo fatto il punto sulle conseguenze dell’emergenza COVID-19 nella gestione di pazienti con DCA e sull’incidenza di nuovi casi.
 

Gli effetti della pandemia sui pazienti con disturbi alimentari 

La pandemia da coronavirus ha travolto, stravolto e modificato lo stile di vita di tutta la popolazione, modificando profondamente abitudini, consuetudini e comportamenti, mettendo in discussione certezze, destabilizzando gli equilibri familiari, minando la sicurezza economica e lavorativa, stravolgendo il mondo della scuola, il modo di vivere.
«Questi cambiamenti» spiega la Dott.ssa Ricco «hanno avuto un impatto forte e profondo su tutte le dimensioni della vita di ognuno, in special modo sugli equilibri e le dinamiche personali, familiari e sociali».
Per quanto riguarda le persone con Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), in particolare Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa e Disturbo da Alimentazione Incontrollata, con l’emergenza Covid in Italia si è avuto un aumento di casi, sia in termini di ricadute , sia di peggioramento della patologia preesistente o addirittura in remissione, così come di nuovi casi.
Le modifiche improvvise dettate dalla pandemia hanno, in molti casi, fatto da detonatore per i disturbi. «Secondo recentissimi studi, la pandemia ha portato a un aumento del 30% dell’incidenza di casi ex novo di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Una percentuale molto alta, ma che pensiamo possa essere anche sottostimata. La pandemia ha rinforzato pattern psicopatologici,  slatentizzando o aggravando situazioni sottosoglia».
 

I DCA riguardano anche i preadolescenti e la popolazione maschile

Fino al recente passato, i disturbi del comportamento alimentare riguardavano, nella maggior parte dei casi, la popolazione femminile, in particolare modo tra i 15 e i 25 anni (ma non solo).
Le indagini condotte nel corso dell’ultimo anno hanno però evidenziato due importanti variazioni. Con l’emergenza COVID «non c’è stato solo un incremento dei nuovi casi è un peggioramento di quelli preesistenti, ma anche un abbassamento dell’età dell’esordio di questi disturbi. Attualmente l’età di insorgenza di disturbi dell’alimentazione e nutrizione si è abbassata dall’età adolescenziale, 15 anni, alla preadolescenziale, 10-11 anni», spiega la Dott.ssa Ricco.

Il confinamento domestico dovuto alla pandemia ha infatti portato a un duro isolamento sociale, le cui ricadute psicologiche sono evidenti proprio nelle fasce d’età più fragili colpite dai disturbi dell’alimentazione, ovvero adolescenza e pre-adolescenza. «A questa età il contatto sociale, lo scambio, il confronto con i pari è fondamentale per il processo di individuazione, la costruzione dell’identità personale e lo sviluppo della personalità. L’isolamento sociale ha avuto ricadute importanti perché ha ridotto drasticamente la possibilità di condividere, confrontarsi, rispecchiarsi, fare esperienze e scoperte nuove attraverso il rapporto con i propri pari, tipico e fondamentale in adolescenza», limitando così la possibilità dei giovanissimi di sperimentare eventi e momenti cruciali e determinanti per la loro crescita.
«Va inoltre segnalato che, nel corso dell’ultimo anno, i disturbi dell’alimentazione si sono diffusi maggiormente rispetto al passato nella popolazione maschile e questa tendenza è in aumento, tanto da indurci a pensare che fra 10 anni non sussisteranno più differenze sostanziali di casi di malattia tra maschi e femmine».
Questi nuovi trend impongono di revisionare costantemente i criteri diagnostici e di pensare a una riorganizzazione dei servizi offerti ai pazienti che soffrono di disturbi alimentari.

Come la pandemia ha influito sui fattori di rischio

«I DCA hanno un’origine multifattoriale complessa, che include fattori predisponenti come quelli genetici, psicologici, ambientali, socioculturali, insieme a fattori di altro tipo, detti precipitanti e di mantenimento.
Nell’ultimo anno, tra i fattori scatenanti che hanno portato a un esordio o a un aggravamento dei disturbi dell’alimentazione o della nutrizione
», spiega la Dott.ssa Ricco «c’è stato senz’altro il disagio psicologico scatenato dall’improvviso, ma protratto cambiamento nello stile di vita, dalla forte pressione emotiva dovuta alla diffusione e alla paura del contagio e dallo stress di subire limitazioni severe e continue. Possiamo affermare che, tra gli effetti del lockdown e della quarantena, costituiscono fattori scatenanti o peggiorativi per i DCA
  • l’isolamento prolungato,
  • la limitata possibilità di movimento,
  • l’esposizione costante a grandi quantità di cibo (le scorte elevate),
  • in taluni casi la prolungata e forzata convivenza familiare,
  • le modificazioni nelle abitudini alimentari e nello stile di vita,
  • la sedentarietà,
  • l’impossibilità o la scarsa possibilità di evasione, la diffusione di ansie e paure,
  • la sensazione di perdita di controllo...
tutti fattori che possono produrre come effetto il focalizzarsi sul cibo, sul peso, sul corpo».

Questi cambiamenti hanno avuto un impatto ancora più evidente sugli adolescenti e sui preadolescenti, che «hanno dovuto fare i conti con l’improvvisa interruzione delle attività scolastiche e sportive, con la limitazione dell’attività fisica e con l’impossibilità di sperimentare dal vivo tutti quei momenti di socialità che sono alla base della definizione della propria identità».

Da questo punto di vista, neppure il periodico sollevamento delle misure di confinamento ha portato a particolari benefici, perché «non ha permesso di recuperare o ristabilire precedenti equilibri né abitudini sane. Gli effetti a livello psicologico sono rimasti nonostante l’allenamento delle misure restrittive: anche se la paura del contagio non colpisce molto i giovanissimi, essi hanno comunque dovuto convivere con un continuo stato di allarme, incertezza e chiusura, sia fisica che sociale, che non è venuto meno neppure nei momenti in cui si è goduto di maggiori libertà di movimento».
 
Per limitare le ricadute psicologiche che la pandemia ha sui giovani «è importante che le famiglie cerchino di ripristinare una routine quotidiana quanto più possibile equilibrata», suggerisce la Dott.ssa Ricco «stabilendo orari regolari per i pasti, definendo tempi e confini precisi tra le varie attività lavorative o scolastiche, di svago e relax e la vita familiare o sociale, seppure mediata da servizi digitali. È importante che in famiglia si faccia caso a quale tipo di dinamiche ruotano attorno al cibo, che è altro e molto più del nutrimento: occorre fare attenzione al modo in cui gli adolescenti vivono il rapporto con il cibo e con il proprio corpo, quali atteggiamenti, sentimenti e comportamenti assumono sia verso il cibo che verso il proprio corpo».
 

L’assistenza ai pazienti con DCA durante la pandemia

A causa della pandemia molti servizi preposti hanno dovuto limitare in parte o del tutto l’attività in presenza. Questo ha favorito la nascita e il potenziamento di servizi di assistenza online, che da un lato permettono al paziente di accedere con maggiore facilità e e comodità a una consulenza, cioè a chiedere aiuto, da remoto, ma dall’altra consente una presa in carico non del tutto adeguata, perché incompleta, e non sappiamo neppure quanto durevole nel tempo.
Non bisogna infatti dimenticare che «il paziente con disturbi alimentari ha bisogno di una presa in carico completa», precisa la Dott.ssa Ricco. «I disturbi del comportamento alimentare hanno un’eziologia multifattoriale complessa, per cui occorre farvi fronte con un approccio multidisciplinare (che si prenda cura dei vari aspetti e livelli nelle varie fasi di malattia), fornito da una equipe multidisciplinare e multiprofessionale, composta cioè da diversi professionisti specializzati: NPI/psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, nutrizionista, dietista e medici specialisti che, a seconda dei casi, possono essere internista, endocrinologo, ginecologo, gastroenterologo... Ciascuno di essi può seguire il paziente da remoto, ma nel tempo questo servizio non può sostituirsi all’osservazione e all’assistenza clinica dal vivo, specie in tutte quelle situazioni in cui è necessario effettuare controlli e trattamenti medici in presenza».
 
Per maggiori informazioni o prenotare una visita puoi rivolgerti a:
San Pier Damiano Hospital > 0546 671111
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